| Cortina Sono stati 3.847 i si' e 989 i no (dati non ancora ufficiali) a Cortina d'Ampezzo e negli altri due comuni ampezzani, Livinallongo di Col di Lana e Colle Santa Lucia, nel referendum consultivo per il distacco dei tre comuni dal Veneto e il passaggio al Trentino Alto Adige. Il quorum previsto per la validità del referendum a quanto risulta era di 3.415. Il presidente del Veneto Giancarlo Galan è pronto a ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea se il Consiglio provinciale di Bolzano dovesse dare il proprio assenso al distacco di Cortina dal Veneto. Perché "chi semina vento, raccoglie tempesta". Il referendum consultivo è un passaggio intermedio nell'iter per il distacco da una Regione e l'inclusione in un'altra. Franceschi: punta di uniceberg di malessere "Il risultato referendario di Cortina è la punta di un iceberg di un malessere forte della montagna: mi rivolgo direttamente a Napolitano e a Prodi perché da loro deve partire una vera politica di sviluppo per la montagna". Lo ha detto oggi, a Cortina d'Ampezzo, il sindaco Andrea Franceschi, subito dopo aver appreso i risultati del referendum consultivo con la vittoria dei sì. "Forse - ha aggiunto - ci voleva Cortina perché questo grido di allarme giungesse a Roma". Il sindaco ha quindi voluto far chiarezza rivolgendosi a quanti non avrebbero compreso il senso di questa consultazione ritenendo che gli abitanti di Cortina godano già di un livello di reddito più che sufficiente per non recriminare sulle migliori condizioni delle regioni confinanti. Galan: non finisce qui "Il presidente della Provincia di Bolzano Durnwalder ha dichiarato - attacca il 'governatore' del Veneto Galan - che, se vincerà il sì al referendum di Cortina, si attiverà affinché il parere del Consiglio provinciale di Bolzano sia favorevole, ferma restando la necessita' di un assenso dell'Austria. Al presidente Durnwalder sfugge che non sono in gioco i confini d'Italia e dell'Austria; gli attuali confini d'Italia e, in particolare, della Regione autonoma Trentino-Alto Adige sono quelli stabiliti dal Trattato di pace del 1947, il cui art. 10 n. 2 ha stabilito che 'le Potenze Alleate ed Associate hanno preso atto delle intese (il cui testo e' riportato nell'Allegato IV) prese di comune accordo fra il governo austriaco ed il governo italiano il 5 settembre 1946': si tratta dell'accordo De Gasperi-Gruber". "Sono in gioco, invece - dice Galan -, principi di regime della forma di Stato della Repubblica italiana (in specie di solidarietà ed eguaglianza), la quale non può estendere (anzi, deve azzerare) forme di privilegio finanziario non contemplate dallo stesso accordo De Gasperi-Gruber, il quale prevede che la Provincia di Bolzano abbia competenze legislative e amministrative particolari e corrispondenti, ma non comparativamente maggiori rispetto alle altre Regioni, disponibilità finanziarie (v. n. 55 del Pacchetto)". "E' lapalissiano - prosegue - che il passaggio di Cortina alla Provincia di Bolzano estenderebbe a territori già ricchi benefici ulteriori, che in nome della solidarietà finirebbero per essere pagati dai cittadini rimasti nel Veneto e dalle altre popolazioni svantaggiate d'Italia. Per queste ragioni, dichiaro fin d'ora che, in caso di assenso al distacco di Cortina dal Veneto da parte del Consiglio Provinciale di Bolzano, mi rivolgero' alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Atti già predisposti. Lo stesso discorso vale per gli impossibili passaggi dal Veneto ad altre Regioni di Lamon, Asiago e di ogni altro ente territoriale che volesse seguire queste sterili iniziative". Perché la strada verso l'Alto Adige per Cortina è ancora lunga L'iter legislativo attraverso cui va ratificata la volontà popolare espressa dalla gente di Cortina nel referendum è piuttosto lento e complesso. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Lamon, cittadina veneta che tramite referendum ha deciso ormai due anni fa di passare in Trentino Alto-Adige; o quelli del comune piemontese di Noasca che ha gia' detto da un anno di voler entrare in Val D'Aosta; o quelli dell'altro comune veneto di Sovramonte anch'esso già proteso dall'autunno 2006 verso il Trentino; o ancora i sette comuni marchigiani (Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, Sant'Agata Feltria, Sam Leo e Talamello) che vogliono passare in Emilia-Romagna e che lo hanno gia' detto anche loro col voto il 17-18 dicembre 2006. Per tutti bisognerà aspettare che entrambe le Camere approvino un apposito ddl governativo in cui si sancisce il distacco dalla regione d'origine e l'aggregazione a quella agognata. Ora, se si pensa che al momento l'esecutivo ha licenziato per il Parlamento solo il provvedimento relativo a Lamon, ma che questo non ha ancora visto il voto nemmeno di Montecitorio (dove e' stato presentato a inizio legislatura) si capisce che la "melina" è chiaramente una delle strategie adottate dallo Stato per scoraggiare rimescolamenti regionali a iosa. A questo si aggiunge la modifica del secondo comma dell'articolo dell'articolo 132 della Costituzione. Palazzo Chigi l'ha varata il 30 marzo scorso con il chiaro intento di rendere quanto meno piu' complessa, se non meno probabile, la possibilità che un comune lasci l'attuale regione di appartenenza per aderire a un'altra. Visto che la nuova norma prescrive che il consenso debba venire non solo dai cittadini del comune che vuole "spostarsi", ma anche da tutti coloro che risiedono nella provincia che viene abbandonata nonché da quelli della provincia che dovrebbe accogliere i nuovi corregionali. E infine c'è l'aiutino dissuasivo. Fra le pieghe della finanziaria e' stato infatti rinnovato e stabilizzato uno stanziamento mirato di alcuni milioni di euro (gia' erogato una prima volta in un decreto fiscale del luglio scorso) per "la valorizzazione e la promozione delle realta' socio economiche delle zone confinanti tra le regioni a statuto ordinario e quelle statuto speciale |